Racconti

Pagatemi il confiteor

Un episodio di vita religiosa e penitenziale tra pellegrini emigranti

Il racconto narra un episodio legato alla pratica della confessione tra pellegrini di un santuario, con riferimento a gruppi chiamati "compagnie" formati da emigranti italiani in America. Si descrive la tensione tra un confessore esasperato dalla lunghezza e scarsa sincerità di alcune confessioni e i fedeli, in particolare un episodio riguardante Zi Alessandro Corso e un penitente detto "l'Africano", che aveva tardato a lungo prima di confessarsi. Il testo riflette sulle difficoltà pratiche e spirituali del sacramento della confessione nel contesto delle tradizioni religiose legate ai pellegrinaggi popolari.

Che si perda la pazienza e saltino i nervi in svariate circostanze per motivi giustificabili, anche se a volte futili, è comprensibile; che si chieda l’assurdo in determinati casi può anche essere scusabile; ma che si pretenda da un confessore di farsi pagare un confiteor recitato in atto di penitenza sarebbe da considerarsi un iperbole al sentirlo. Invece, il fatto avvenne e ne fu attore proprio uno dei nostri paesani considerato persona seria e di buon senso.
Zi’ Alessandro Corso, meglio conosciuto con l’appellativo di “l’Africano” che si era unito alla “compagnia” che si recava a Monte S.Angelo. Con gli altri non aveva fatto la strada a piedi, per meglio-re penitenza, col proposito di confessarsi.

L’ultima volta che si era accostato ai sacramenti era stato in occasione del matrimonio; poi, un pò per una moda liberaleggiante che irrideva gli uomini ligi alle pratiche religiose e perché aveva trascorso lunghi anni in America, erano per l’Africano motivi giustificabili se aveva trascurato gli obblighi precettuali della Chiesa.

Non fu così, invece, per il confessore.

Non che, stando in paese Zi’ Lisandro manacasse  alla messa domenicale e a quella dei giorni di precetto; anzi, devoto cultore della Madonna del Carmine, era impegnato anche nel comitato dei festeggiamenti di Luglio.

Se andava “in Santuario” era proprio per fare una buona confessione, si era preparato con la dovuta devozione e con contrizione al sacramento.

Dopo la lunga faticosa salita per arrivare sul Gargano, digiuno, assetato per la calura e la fatica, (perché, al tempo, anche un sorso d’acqua interrompeva il digiuno imposto dalla mezzanotte precedente) con gli altri entrò in chiesa e attese pazientemente il suo turno in fila nei pressi del confessionale.

Quando fu davanti al sacerdote s’inginocchiò e,  su richiesta di questi, recitò devotamente il confiteor.

Alla domanda da quanto tempo non si confessava, rispose dicendo il numero degli anni, al che il confessore, dopo aspre parole di rimprovero, concluse dicendo di non poterlo confessare perché troppo tempo era stato lontano da Dio.

Zi Lisandro cercava umilmente di spiegare le ragioni adducendo il periodo trascorso in America e faceva presente che si era recato al Santuario proprio per una buona confessione; ma il sacerdote era irremovibile. Insisteva e pregava, zi Lisandro, perché fosse ascoltata la sua confessione, si protestava buon cristiano, in fondo diceva di non aver ammazzato nessuno, né commesso delitti infamanti; ma il confessore, sempre più deciso, lo ricacciava con asprezza e non ammetteva scuse o attenuanti.

Fu a questo punto che l’Africano perse le staffe e con voce non più dimessa pretese dal confessore il pagamento del confiteor che gli aveva fatto recitare e, infiorando la sua richiesta di: per …, sangue… e corpo di …, com’era solito quando perdeva la pazienza, gridava le sue ragioni adducendo che non solo le preghiere fatte dai preti devono avere un compenso, ma anche la sua, una volta che non aveva voluto confessarlo.

Ci volle l’intervento dei paesani, che attendevano il turno nei pressi del confessionale e di altri che accorsero alle grida, per cercare di calmarlo e di allontanarlo, il che diede modo al prete di lasciare il confessionale e riparare in sacrestia.