Durante il mese di maggio, quando i lavori agricoli non richiedono molto impegno, tra i nostri compaesani, e non solo tra i nostri perché era tradizione di tanti paesi meridionali, si formavano “le compagnie” per la visita ai santuari.
Era un rito che si tramandava nel tempo alimentato dalla fede: per sciogliere un voto, per grazia ricevuta o, più spesso, per implorarla. Era anche un diversivo, la settimana di ferie -perché tanto durava il viaggio- che i bravi lavoratori (uomini, donne, giovanetti) si concedevano nel corso dell’anno.
Il viaggio si faceva sul carretto, su cui si montavano le tavole per sedersi e il tendone per la copertura o, come per voto per fatto, a piedi per un maggior sacrificio o anche per risparmiare la spesa del carretto.
Ai disagi del viaggio si aggiungeva la caldura pubblica e la penuria di acqua lungo il percorso. La provvista di pane e companatico doveva bastare per tutto il viaggio, salvo qualcosa di caldo, la sera, preso nelle taverne dove alloggiavano, dormendo sulla paglia.
A varie tappe si raggiungeva Monte S.Angelo, visitando anche altri santuari a Foggia, San Marco in Lamis, San Nicandro, Volturara.
Ognuno si predisponeva per la confessione e la comunione; non era concepibile che si andasse al santuario senza avere assolto all’obbligo di mettersi in pace con Dio.
Ad uno di questi viaggi partecipò Rocco Tulino, tipo simpatico ed estroverso, pronto alla battuta alla barzelletta e allo scherzo.
Al santuario di S.Michele, con buona predisposizione di animo si accostò al confessionale e alla domanda del confessore da quanto tempo non si era confessato, rispose sollecito: – diciotto anni. Non poteva sbagliare: la data la ricordava bene perché erano tanti gli anni da quando aveva celebrato il suo matrimonio.
La risposta data in fretta, in modo dialettale e forse poco intelligibile, fu recepita da confessore come :-ott’anni.
Ma anche su questo numero di anni, ridotto di oltre la metà, fece un lungo sermone per il lungo periodo di tempo lontano da Dio, dai Sacramenti, dal dovere di ogni buon cristiano.
Zi’ Rocco capì che il confessore aveva inteso male il numero degli anni, ma dopo tutti quei rimproveri pensò bene di non correggere l’errore, anzi cercò di giustificarsi col dire che era stato in America e, quindi, non aveva avuto l’opportunità di confessarsi. E qui un’altra predica: i ministri del Signore sono dappertutto e quando c’è la volontà di essere in grazia di Dio, com’è dovere di ogni buon cristiano, si trova sempre il tempo e il modo di assolvere agli obblighi dei precetti.
Zi’ Rocco più che stare attento a quello che gli veniva detto, pensava a quanto era stato fortunato per il fatto che il confessore non aveva capito in giusta misura il numero degli anni e fra sé pensava a quello che avrebbe dovuto sentire se i diciotto anni fossero stati intesi per intero.
Finalmente la confessione finì con grande soddisfazione di sé, Rocco, il quale tutto contento fece subito consapevole al gruppo dei paesani, in attesa di passare al tribunale della penitenza, che aveva “fottuto- a uocchio a uocchio- dieci anni al confessore.