S’avviava, il nostro frate, per la china che dal convento portava al paese. Strada scomoda e cammino faticoso aggravato dalla sua pinguedine, che sopportava da anni, come da anni faceva quella strada per recarsi ad una stazione termale per la cura delle acque al fine di smaltire il grasso che s’accumulava nel suo corpo, che gli procurava malessere e lo rendeva pesante nei movimenti.
Ad una svolta, dopo di essere arrivato sulla rotabile, due bravi giovanotti passano col biroccio e lo invitano a salire. Provvidenza non sperata su quella strada quasi sempre deserta.
Gli baciano la mano, lo aiutano a montare e avviano una rispettosa conversazione. Argomenti: lo scopo del viaggio, il luogo di cura, il periodo di soggiorno, la spesa…
Quei bravi giovani, veramente gentili, s’immedesimano nella sofferenza che procurava la grave pinguedine al povero frate e s’informano pure se dalla cura delle acque ritrae giovamento. Giovamento, sì, ma alquanto limitato a causa del tempo breve per trattenersi fuori, solo un mese, e la gravità del malanno.
— Padre, scusateci, dovremmo fare una capatina ad un nostro podere qui nei pressi per prendere un po’ di provviste. Vi accompagneremo al treno, ma c’è tempo perché col biroccio impiegheremo molto meno tempo di quanto ne avreste impiegato facendo la strada a piedi.
Accondiscendenza del frate e fiducia che quei cari giovanotti avrebbero messo anche qualcosa delle provviste nella sua sporta.
Dopo un buon tratto di strada interna si fermarono davanti a un casinale. Scende anche il frate, aiutato dai cortesi giovanotti, che lo invitano ad entrare, a sedersi e ad accettare qualche frutta appena raccolta.
La conversazione era piacevole e la frutta saporita, ma il tempo stringeva e quei giovanotti, tanto cari, non si decidevano a ripartire. Il tempo trascorreva sull’orologio spesso consultato dal frate e le premure per la partenza si facevano sempre più pressanti.
Gli tolsero ogni preoccupazione per la partenza e gli parlarono chiaro: non si sarebbe ripartiti; il periodo di cura il frate l’avrebbe trascorso in quella cascina e gli dettero ampie garanzie che il risultato sarebbe stato migliore, anzi sorprendente.
Le preghiere furono inutili e il buon frate capì che doveva adattarsi alla mala sorte. Gli fu chiesto il denaro e consegnò, riluttante, quello che avrebbe dovuto spendere nel luogo di soggiorno e di cura.
Durante tutto il periodo che trascorse in quel luogo fu trattato con
tutti i riguardi; se il cibo era scarso ciò era dovuto, gli veniva detto, al metodo di cura e a ragione della sua salute: pane asciutto o bagnato accompagnato da pomodori e insalata freschi, acqua di fonte e frutta appena colta.
Il frate trascorreva i giorni nella malinconia al fresco delle piante; ormai aveva capito che il lamentarsi era inutile; i giovanotti, insieme o alternandosi, gli erano sempre intorno cortesi, gentili, ma rigidi sulla tabella dietetica.
Aveva perduto, forse, anche la cognizione del tempo, ma i bravi giovanotti lo aggiornarono una mattina quando gli annunziarono che il periodo di cura era terminato.
Per fargli constatare il beneficio ottenuto con la cura e il soggiorno in quel luogo, lo fecero pesare; mai negli altri anni aveva ottenuto risultati migliori. I chili erano scesi di molto e la pinguedine dimezzata.
Cortesemente lo fecero salire sul biroccio, questa volta poté farlo da solo, e lo accompagnarono allo stesso luogo dove l’avevano preso.
Si congedarono, i due bravi giovani, augurando ogni bene al frate e dicendosi disposti all’accoglienza anche per i prossimi anni, nella fiducia, dicevano, che il frate, avendo ottenuto risultati così lusinghieri, non avrebbe mancato di accettare la loro ospitalità.
Non sappiamo dell’anno successivo, ma è da credere che il frate avrà preferito la pinguedine al digiuno, il sacrificio di sopportare la pancia grossa anziché quella vuota.