Pochi, ma buoni voleva forse dire quel soldato americano che, ubriaco, entrò a casa nel tardo pomeriggio di uno di quei giorni dell’estate del ’43, nel periodo in cui il nostro paese, che aveva seguito il teatro della guerra sulle carte geografiche di terre lontane, si vide invaso da truppe di tutti i colori, dopo il passaggio di quelle tedesche.
Venne accompagnato da qualche paesano perché non poteva sapere che da noi si dava l’alloggio ai forestieri, in quanto l’insegna era stata tolta prima dell’arrivo dei tedeschi. Barcollava, con la divisa dell’esercito alleato in disordine, con una pistola alla Tom Mix in una fondina di tela bianca che gli pendeva dal fianco e sulla quale erano infilate, bene in vista, cinque pallottole.
Chiedeva un letto per dormire: aveva ragione, ne aveva bisogno; ma come accogliere in casa un militare, noi che avevamo subito la prepotenza dei tedeschi e non avevamo ancora capito la bonomia dei militari dell’esercito alleato? Le stanze, poi, erano stipate di letti per accogliere i tanti che erano sfollati da Benevento: la famiglia Palatella, alcuni frati delle Grazie e altri, che insieme a noi erano scappati in campagna quando i tedeschi avevano preso alloggio in casa nostra, come nelle altre, e che da qualche giorno, dopo la loro affrettata partenza, si ritornava a dormire nei letti.
Le ragazze che erano in casa furono oggetto dell’attenzione del soldato, il quale, pur nei fumi dell’alcool, voleva fare il galante ordinando:
— Vino, birra, cognac a signorine.
Questa sua attenzione aumentò la nostra preoccupazione per la sua presenza.
Col cugino Cosimo Vitale lo tirammo in sala da pranzo, disertata dagli altri, e insieme cercammo di distrarlo per stornarlo dalle sue richieste.
— Siete canadese? — gli chiedemmo. Era la nazionalità dei primi militari alleati giunti a Montefalcone.
— Io, no Canadà! — ripeteva irritato in un italiano alquanto comprensibile e mostrando i pugni in atto di colpirci.
Al che, per ammansirlo, cambiammo nazionalità chiedendo se fosse inglese.
Diventò furibondo, estrasse la pistola e, puntandola alternativamente verso di noi a distanza tanto ravvicinata da spingerci con la canna, gridava a ripetizione:
— Io, no inglese! Io, no inglese!
Avemmo paura. Quel soldato ubriaco, adirato perché gli avevamo attribuito la nazionalità inglese, quasi gli avessimo fatta la peggiore delle offese, ci puntava contro un’arma a distanza molto ravvicinata, che non ammetteva un tiro fuori bersaglio.
Sconcertati ripetevamo insieme a lui:
— No inglese, no inglese.
— Io, mericano, mericano! — cominciò a gridare spavaldo, al che noi, come potemmo, si cercò di congratularci per la sua nobiltà di origine e di spostare la pistola fuori tiro delle nostre persone.
Quando fu possibile farci ascoltare lo invitammo a rimettere la pistola nella fondina, ma lui disse che mai avrebbe sparato su di un italiano.
— Io, no bum taliano — ripeteva con voce sempre crescente.
Ci fece osservare poi che la pistola era scarica.
Ci meravigliava che un militare, in terra straniera, girasse solo e con la pistola scarica, noi che si sapeva che i tedeschi avevano l’arma sempre a portata di mano, la pallottola in canna e il grilletto facile.
RabbOnito e orgoglioso della sua nazionalità americana, il soldato esprimeva la sua soddisfazione pendolando la sua persona in modo ondulatorio e, in quello sussultorio, l’arma, che ora non ci faceva più paura.
Gli chiedemmo perché portasse la pistola scarica e le pallottole infilate nella fondina. Non ci volle molto per farci capire e lui, sempre ad alta voce, come per farsi intendere meglio, che le pallottole avrebbe voluto destinarle ad altri e:
— No bum taliani.
Cominciò indicando la prima:
— Io, bum Musolino, sì, sì Musolino — ripeteva più volte.
Indicando la seconda, con lo stesso tono di voce e lo stesso frasario, la dedicò a Hitler.
Sulla terza, senza troppe reticenze, indicò quale destinatario Stalin, al momento loro alleato nella guerra contro Ro-Ber-To (Roma-Berlino-Tokio).
Sulla quarta fece qualche pausa e poi, con decisione, disse che quella la destinava a Churchill.
Rimaneva l’ultima, la quinta. Sembrava che non volesse pronunciarsi. Mugugnava e sorrideva e noi si incalzava per fargli confessare il desiderio della destinazione di quest’ultima.
Sbottò di colpo:
— Roosevelt! Sì, sì Roosevelt! Caput, caput —
e, allargando le dita della mano e chiudendole in successione, ripeté cinque volte:
— Caput!
Con un linguaggio accompagnato da una mimica molto comprensibile espresse tutto il suo disgusto per la guerra e il desiderio di tornare al suo paese ove, vestito elegante, poteva passeggiare con le signorine.
Gli augurammo di cuore un presto ritorno alla sua terra.
Augurio per lui, augurio per noi per vederci liberati da ospiti non graditi.