Racconti

Un errore giudiziario

Il parallelo tra il caso Sacco e Vanzetti e una vicenda giudiziaria di Montefalcone in epoca fascista

Il racconto prende spunto dalla notizia diffusa nel luglio 1977 sul riconoscimento dell'innocenza di Sacco e Vanzetti negli Stati Uniti per rievocare un caso simile avvenuto a Montefalcone in epoca fascista. Un giovane pastore fu trovato ucciso in agro di Faeto; le indagini sommarie portarono al fermo del pastore Giuseppe Di Stasio, di Montefalcone, che confessò il delitto. Condannato all'ergastolo dal tribunale di Lucera (la pena di morte era riservata solo ai delitti contro il Re e Mussolini), morì in carcere dopo anni di reclusione, proclamando sempre la propria innocenza e chiedendo aiuto ai parenti tramite lettere, cui si rispondeva con collette.

La stampa, la radio e la televisione, nel luglio del ’77, diffusero la notizia che la Corte negli Stati Uniti, dopo mezzo secolo di reclami, proteste e agitazioni dei vari Comitati, riconobbe l’innocenza di Sacco e Vanzetti. Questo fece ricordare quanto avvenne a Montefalcone quasi all’epoca della condanna degli anarchici italiani.

In agro di Faeto (FG), in periodo estivo, scomparve un giovane pastore, che fu trovato annegato in un pozzo dopo alcuni giorni. Dall’autopsia risultò che il giovanetto, prima di essere gettato nel pozzo era stato bastonato, sparato con cartucce caricate a sale dopo di avere abusato di lui con atti innominabili.

La gravità del delitto turbò la quiete di quel paese e la notizia si diffuse anche nei paesi vicini.

Dopo sommarie indagini fu fermato un altro pastore che conduceva il gregge a pascolare nei pressi: Giuseppe Di Stasio. Uomo tranquillo, semplice, di piccola statura, di età non più giovane.

La moglie e i figli vivevano a Montefalcone ed egli era garzone a Faeto. In paese, dove tutti lo conoscevano, si escludeva che potesse essere stato lui capace di tanto; ma quando si seppe che aveva confessato di essere l’autore del delitto i pareri in parte cambiarono.

Notizie precise sull’andamento delle indagini e dell’autopsia ci furono date, proprio in quei giorni, dal becchino del luogo, durante una sosta alla fontana nei pressi del paese, al ritorno col carretto da Lucera, ove con Antonio Mansueto, si era andati a caricare del vino.

Al tempo il Gran Consiglio del Fascismo aveva proposto la pena di morte per i delitti infamanti, successivamente confermata solo per i delitti contro la persona del Re e di Mussolini, capo dello Stato e capo del Governo; e fu per questo che il tribunale di Lucera gli inflisse l’ergastolo. Ma la morte che non ebbe come condanna lo colse dopo parecchi anni nel carcere.

Durante la reclusione a volte scriveva a qualche parente protestando la sua innocenza e chiedendo qualche aiuto al che si rispondeva con qualche colletta.

La moglie, Maria Camelia, non credeva più nella innocenza del marito, convinta, nella sua semplicità, che la giustizia degli uomini non potesse sbagliare. Campava di miseria, la poveretta, con i figliuoli non ancora in età di lavoro, su gravava l’infamia del padre anche per una successiva sistemazione.

Erano passati degli anni, il tempo anche se non cancella, scolorisce e del caso Di Stasio non si parlava quasi.

Una mattina il maresciallo dei carabinieri, Pietro Esposito, chiese se sapessi dei familiari di Giuseppe Di Stasio. Le omonimie in paese non son poche, ma quando accennò a qualche particolare il ricordo si fece vivo. Egli comunicava che la giustizia aveva riconosciuto la piena innocenza del povero Di Stasio in quanto l’autore del delitto, prossimo a morire, aveva fatto esplicita, formale confessione della sua colpa.

Se per l’assassino la confessione fu spontanea, sollecitata da un gravame di coscienza, per il povero Di Stasio dovette essere estorta dopo chi sa quante sevizie e firmata in stato d’incoscienza. Non era prevista, a quel tempo, la presenza dell’avvocato durante gli interrogatori e ogni bravo comandante di stazione si faceva un merito quando trova il capro espiatorio.

Si poteva ottenere dal tribunale la riabilitazione per i figli, diceva il maresciallo. Il povero Giuseppe era stato riabilitato da tempo dinanzi al tribunale di Dio.