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Scarpette sul camino

Racconto commovente e a sfondo sociale: i figli di un uomo (Fulvio Bodini) mai tornato dal lavoro attendono ogni anno, come tutti i bambini poveri, i doni della Befana, ma le loro scarpette restano vuote perché la povertà della madre non basta a colmarle. L'autrice trasforma questa vicenda in una denuncia della miseria che priva i bambini più bisognosi anche delle piccole gioie dell'infanzia, chiedendo che qualcosa si faccia per loro.

I virgulti intrecciati in un nodo d’amore sono secondi di nuovi germogli. Le coppie dell’onesto popolo della nostra terra sono ancora feconde di figliuoli, perchè la stessa povertà insegna loro a non essere egoiste.

Fiorisce così la vita fondata sulla fede: Colui che dona il piccolo donerà anche il necessario per il piccolo.

Cresceva in questa fede la famiglia Bodini, quando con l’annunzio di un nuovo germoglio venne la chiamata alle armi di Fulvio. Chi vive la vita del lavoro non è codardo e Fulvio parti fiducioso, ma non venne il giorno del suo ritorno.

Passarono degli anni, e quei piccoli, dagli occhi di un’innocenza martirizzata, seppero anch’essi che ogni anno una vecchietta graziosa scendeva attraverso i camini delle case e a tutti i bimbi buoni portava balocchi. I bimbi si svegliano per tempo, quando la prima luce dell’alba rompe la foschia che ancora investe le cose.

La graziosa vecchietta però, nonostante che i figli di Fulvio Bodini fossero stati buoni, tanto da essere veramente l’orgoglio della mamma, non s’era ricordato di loro; eppure essi avevano sperato, avevano stentato a prender sonno per scrutare nel buio, tendere l’orecchio, per vedere se la graziosa vecchietta li avesse ricordati.

La luce dell’alba li trovò non nella gioia, ma con gli occhi gonfi di lacrime, oltre per i balocchi mancati, anche perché essi pensavano di essere i bimbi cattivi.

La mamma è sola ed anche con tutta la buona volontà non può arrivare, perché due braccia non possono bastare a sfamare più bocche.

La sera successiva sperano nuovamente che la vecchietta ritorni dai fanciulli dimenticati e cattivi a portare almeno qualcosa di scarto, perchè per loro quello che i signorini disprezzano costituirebbe un mondo di cose belle e il giorno dopo tornando alla scuola potranno dire ai compagni ch’essi non sono cattivi, perché anche per essi è venuta la Befana.

La notte ridiscende, le scarpette son nuovamente là, sul camino, con le boccucce aperte ad aspettare invano qualcosa. Come è triste quella sera anche per la mamma ed in quel silenzio le scarpette avrebbero voluto mettere tanto e non vi può mettere che l’affetto più puro, mentre due lacrime gli escendono per le gote.

Questa, o amici lontani, che a voi può sembrare una novella, è la cruda realtà vissuta dalla nostra gente. Per essa, che a stento strappa lo scarso sostentamento alla terra che pretende molto lavoro ed è avara di retribuzione, la Befana è la leggendaria vecchietta che arriva nelle case dei ricchi e dei bimbi di altre terre. I nostri bimbi che si accontenterebbero di poco conoscono la Befana solamente per averla sentita dire. Non si potrebbe fare qualcosa anche per i nostri bimbi? Gli uomini che tanto chiedono a questo onesto popolo che vive solo all’onestà e nel lavoro non potrebbero pensare che questo lembo di terra che fa parte della nostra Italia e da cui escono i figli migliori che danno molto chiedendo poco? Anche per quei i Capi son padri, perciò ad essi il nostro appello!

Naná Werther

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