Il desiderio di risvegliare con qualche lieta serata il popolo addormentato nella monotonia invernale fecero nascere l’idea di una filodrammatica: ma le difficoltà furono superiori alle previste e più di tutte l’accidia con cui i nostri paesi discacciano ogni novità. Va ricordato che ogni buona ragazza che presta la timore che la sua recitazione compromettesse il suo buon nome.
Si deve tutto al Dott. Pino Rosa che con tenacia è riuscito a superare ogni ostacolo e a presentare al pubblico successivamente numerosi drammi e fra questi: “Addio giovinezza”, “Non è vero ma ci credo”, “Natale in casa Cupiello” con un successo addirittura spettacolare.
È stato rappresentato “Flavianus”. Nuova fatica per il regista; ma questo è poco se si pensi che a lui erano affidate le scene, i costumi, gli effetti di luce, tutto lo spettacolo, in una parola. Bastino questi accenni a comprendere quanto improba fosse la fatica. Ma tutto fu risolto genialmente: le scene, in piccolo, degne dei più grandi teatri di città, gli effetti di luce sorprendenti, basti citare l’alba, l’aurora col relativo sorgere del sole, i colori, storicamente esattissimi. Che dire di più?… Sarebbe bastato questo a creare uno spettacolo superiore: ma invece c’è stato di più, ed è meglio: l’azione è stata accompagnata, nel fondo, ma costante, da musica classica, di Beethoven, Liszt, Rossini, Bellini, Verdi, Rachmaninoff, Mascagni, Bach, ecc. in modo da riuscire un sorprendente commento alle azioni, alle parole dei personaggi. Ad esempio, il triste accenimento del tribuno Flavio contro i suoi cari, che sono cristiani, mentre gli è pagano, ed è lui che consegue che confuono Flaviano al martirio, sono commentate dalla 5ª sinfonia di Beethoven, che è detta, appunto “la sinfonia del destino”, in cui si vuole raffigurare la eroica lotta dell’uomo contro il destino, che però grava su di esso e lo fa soccombere. La scena dell’alba nel carcere dov’è Flaviano condannato, è commentata dal triste ed esangue preludio dell’atto 3° della “Traviata”, di Verdi, e così di seguito. Gli attori poi, così giovani, hanno dato dei punti a molti consumati attori di città: Milvia Ferro, che impersonava il dodicenne Flaviano, ha avuto accenti di espressione inimitabili. La sua recitazione è stata semplicemente commovente. Paolo Corleone (Flavio) e Michele Pizzi, nei ciechi di via Lata, hanno raggiunto effetti drammatici altissimi, essi, per la prima volta passavano dal comico al tragico; e ottimi nelle loro parti Antonio Ferro, Giuseppe Brita, Eleonora D’Ariano (la maga) Franco Del Re, Alessio Pannone, Antonio Conte, Rita D’onofrio, Antonio Dionne, Giuseppe Braca, Nunzio Corleone, fino alle comparse. Applausi a scena aperta a tutti; e chiamate dopo ogni atto. Successo senza precedenti. A questi applausi uniamo i nostri, nella speranza che questa compagnia possa continuare a migliorare, fino a raggiungere la perfezione, da cui non è lontana, e riscuotere sempre l’ammirazione di S. Bartolomeo, e dei paesi del Valfortore.
Antonio Braca