Rubrica “Lampi, Tuoni, Fulmini e Saette”
Il disastro apportato a Benevento dal nubifragio del 2 ottobre ha lasciato costernati un pò tutti, e noi provinciali in ispecie perchè fra i colpiti dalla sventura vi sono persone a noi legate per rapporti e di amicizia e di commercio e di lavoro.
Ma analizzando bene, scendendo nei più recessi intimi dell’animo di ognuno di noi, troviamo che allo spirito di altruismo che informa il nostro risentimento contro la sorte che ancora una volta ha voluto provare la già tanto provata città e che ha voluto mettere a dura prova le capacità ricostruttive dei Beneventani, fa riscontro un certo senso d’invidia.
L’altruismo, dimostrato nella volontà di soccorrere con ogni mezzo i sinistrati, l’apprezziamo e non v’è ragione di dilungarci in quanto è questa una virtù del nostro popolo da tutti riconosciuta, anche se da altri non sempre praticata.
È sull’invidia che noi vogliamo prendere la parola e dimostrare che anche questo sentimento trova la sua ragione di manifestarsi.
È strano trovare invidia nella disgrazia; pure è così. Forse perchè è l’unico sentimento, che resta a questo popolo deluso in ogni sua aspirazione.
L’unica opera che il Governo ha fatto per il nostro paese è il braccio di rotabile che per poco l’attraversa, costruito nei primi anni dell’unità d’Italia. Ed è da credere che fu fatta perchè faceva comodo anche ad altri. Poi nient’altro!
In questo cinquantennio se qualcosa è stata fatta (e si tratta di poche unità di opere e di non rilevante entità) ci abbiamo pensato noi, col nostro bilancio, secondo le capacità d’iniziativa che hanno avuto i nostri amministratori.
Il Governo solo qualche volta si è lasciato impietosire e ci ha accordato piccole somme in mutuo, che abbiamo pagato con gli interessi.
Sappiamo che il Governo non ha la podestà divina dell’onniveggenza e non poteva conoscere le nostre necessità; ma i suoi componenti, i nostri rappresentanti, quelli che durante le campagne elettorali, facendosi accompagnare da noi, che, poveri illusi abbiamo ripetuto le loro promesse, si son presentati sulle piazze blaterando il loro largo appoggio, promettendo oltre il richiesto: che cosa ci hanno fatto?
Dopo le elezioni non li abbiamo più visti, e anche quando li abbiamo cercati ci sono sfuggiti e qualche volta hanno stentato a riconoscerci.
Le organizzazioni che abbiamo tenuto in vita non sono riuscite neppure a rivederli per una visita di dovere dopo il successo ottenuto. Hanno avuto queste il compito di raccogliere le quote delle tessere per inviarle al centro. Altro sfruttamento dopo le tasse e le imposte che rendono impossibile ogni iniziativa e paralizzano quelle avviate.
È comprensibile che l’amministrazione di un comune di poche migliaia di abitanti, senza altre risorse che il ruolo d’imposta famiglia e bestiame, col poco di sovrimposta, anche se portata oltre il massimo, deve far giochi di abilità per quadrare il bilancio e riuscire a pagare gli striminziti stipendi agli impiegati e non può mai, solo, stanziare somme per opere pubbliche.
Dal 1929 fu progettato l’edificio scolastico (edificio per modo di dire, perchè lo stabile sarebbe una comoda abitazione di famiglia) e s’attende sempre l’aiuto dal centro per la costruzione.
Oltre che con le promesse durante le campagne elettorali su questo argomento i signori deputati ci hanno giocato anche in seguito assicurandoci il contributo del Governo che poi… non è più arrivato.
“L’edificio sarà la prova del nostro attaccamento a Montefalcone,, diceva un deputato.
“Se l’edificio sarà fatto il merito sarà nostro, se non sarà fatto ce ne addosseremo la colpa,, diceva un altro in comizio.
“Segnatemi le vostre necessità, le farò mie. Voglio dimostrarvi quanto mi stanno a cuore i vostri desideri,, assicurava un altro.
E noi a segnare a questo e a quello l’elenco imparato a memoria perchè breve e ripetuto fino alla noia.
Edificio scolastico.
Fognature.
Strade.
Acquedotto.
E le buie, umide, squallide stamberghe accolgono ancora i nostri bimbi in turni alternati;
e le strade accolgono ancora i rifiuti dei bisogni fisiologici degli abitanti;
e le strade mantengono sempre in allenamento l’equilibrio dei poveri villici;
e l’acqua ancora copiosa alle sorgenti a poche centinaia di metri è contesa alle fontane in paese.
Quanto occorrerebbe per risolvere tutti questi problemi?
Pochi milioni, poche annualità di tasse, imposte, contributi che i contribuenti del luogo pagano per pavimentare a piastrelle le viuzze dei centri; per edificare un palazzo nuovo stile dove hanno abbattuto case popolari; per edificare un’altra chiesa dove tante altre sono deserte; per fare un viale di oleandri, dove vi erano i platani; per organizzare una manifestazione di popolo e far perdere giornate lavorative.
“Peccato, ho sentito dire da alcuni, che di noi gli aerei non si curarono e quassù un’inondazione non è possibile! Sarebbe l’unico modo per richiamare l’attenzione su di noi e ottenere qualche cosa per migliorare le condizioni del nostro paese.
Ci rimetteremmo noi, ma starebbero bene i nostri figli; continuando così ci rimetteremo sempre e staremo bene mai,,.
Antonio Zeppa