(Contributo allo studio delle storie nostre)
Come da risultanze processuali in atti dell’Archivio di stato di Lucera, del quale è capo l’egregio amico Andrea Basile, si ebbe a Biccari dal 14 al 16 Ottobre del 1860 una sollevazione popolare, divenuta poi in paese, che famosa, proverbiale. Senza averne forse esatta coscienza, tra quei paesi “che postergando il bene della Patria Comune, organizzarono movimenti reazionari” al fine di cambiare la forma del Governo non venne così a trovarsi con meraviglia, dice il processo criminale, anche Biccari che di appena 4000 anime, benché capoluogo di circondario di seconda classe.
La sommossa o rivoltura, come si diceva allora, fu insensata nel movente ed anche nelle forme. Iniziò verso le 22 del giorno 14, aizzata da alcuni soldati borbonici sbandati. Dal largo della Torre, dove erano convenuti molti popolani anche dal largo della Fontana, al grido di evviva Francesco II° e con un fazzoletto bianco in cima ad una canna a mò di vessillo che ciurmaglia minacciosa, armata di scuri, di fucili, di spiedi, di mazze, tumultuando per le vie discese in piazza, dopo il fallito tentativo di disperderla da parte della quantunque valorosa pattuglia della Guardia Nazionale.
Il Giudice Regio del Circondario, don Pasquale Perilli che uscendo di chiesa ebbe la mala ventura d’imbattersi in quella plebaglia fu costretto a prostrasi, a togliersi il cappello, a pronunziare un evviva al borbone detronizzato e poco mancò che non lo si colpisse con una scure. Ad un secondo disperato tentativo di ristabilire l’ordine, la pattuglia fu disarmata e messa in fuga. Dopo di che, i rivoltosi rotto ogni freno e sempre più numerosi si diedero ad assalire le case dei pacifici cittadini ed ad aggredirvi le persone per uccidere, ferire, disarmare o soltanto per derubare.
La prima ad essere scassinata a colpi di scure fu la bottega di Francesco Tumolo, per punirlo di aver tentato, in divisa di sergente della Guardia Nazionale, di disperdere la folla e di essersi impadronito di quello straccio di vessillo. Egli stesso, poi, riuscì a salvarsi da sicura morte con la fuga. Il fratello Salvatore, invece, che era corso in suo aiuto si ebbe due colpi col calcio di un fucile e le stesso bocconi due colpi di mazza sulla testa.
A tal Donato Pellegrini, che dalla finestra di un parente si era affacciato a curiosare, con l’intimazione di gridare il solito “Evviva” alla quale si accingeva ad obbedire, fu lanciato un colpo di fucile che lo feri all’occhio destro mortalmente. La notte seguente, infatti, cessò di vivere. Il sangue versato alimentava il loro incendio anziché estinguerlo. Al Giudice Becio furono chiesti con violenza denaro, munizioni, armi; tuttavia, per sua fortuna, da lui si allontanarono subito i dimostranti soddisfatti di pochi carrocci e di un carlino soltanto. Passando nelle vicinanze del carcere divisarono di scassinare la porta e rimettere in libertà Casimiro Esposito; colpevole di porto d’arma abusivo, ma un pò anche per le suppliche del carceriere, rimandarono l’impresa al giorno dopo. Si diressero invece con violenza di armi, munizioni; tuttavia, per sua fortuna, da lui si allontanarono subito i dimostranti soddisfatti di pochi carrocci.
A tal Donato Pellegrini, che dalla finestra di un parente si era affacciato a curiosare, con l’intimazione di gridare il solito “Evviva” alla quale si accingeva ad obbedire, fu lanciato un colpo di fucile che lo ferì all’occhio destro mortalmente. La notte seguente, infatti, cessò di vivere. Il sangue versato anzichè spegnerlo, incendio ancora estinguerlo.
Al Giudice Becio furono chiesti con violenza denaro, munizioni, armi; tuttavia, per sua fortuna, da lui si allontanarono subito soddisfatti di pochi carrocci e di un carlino soltanto. Passando nelle vicinanze del carcere divisarono di scassinare la porta e rimettere in libertà Casimiro Esposito; colpevole di porto d’arma abusiva, ma un pò anche per le suppliche del carceriere, rimandarono l’impresa al giorno dopo.
Il Giudice Regio del Circondario, don Pasquale Perilli che uscendo di chiesa ebbe la mala ventura d’imbattersi in quella plebaglia fu costretto a prostrarsi, a togliersi il cappello, a pronunziare un evviva al borbone detronizzato e poco mancò che non lo si colpisse con una scure.
Verso le tre della notte si diressero armata di violenza alla dimora di don Giuseppe e don Donato Tocco costretti a consegnare fucile e polvere da sparo, di Costanzo Michella al quale poi andò rotta la massiccia porta di casa a colpi di scure, armi furono richieste pure ad Antonio Trence ed a Antonio Colanardi (i quali non avendone costretti “a far da codazzo”), a Francesco Saverio Bonelli, a Donato Galdi, ad Antonio Basile, a Francesco D’Addario, ad Antonio Barbone, a Giuseppe Picaro (che furbescamente se la cavò a buon mercato con una facezia ed un bicchiere di vino), a don Domenico Longo (che al malmenato) e a don Michele Checchia (cui pure fu colpito di sfuire il portone e che consegnò il fucile dal balcone); verso le tre e da Salvatore Casiello e a Donato Goffredo di Lorenzo, a don Nicola Bianfrogna che apparso da loggiato a cagione dello strepito – uscì miracolosamente illeso da due colpi tiratigli contro per indurlo a più prudenti consigli: verso le cinque ad Onorio Buccino forestiere che fu tratto fuori di casa ignudo e fatto oggetto di schermo e più tardi a Luciano Cimino a don Gennaro Casalini, cui fu perquisita la casa; tuttavia si possono qua e là osservare le tracce di quei vandalismi.
Credendo ei legittimare gli eccessi menzionati, verso le due di notte si costrinse Michelangelo Fiorella e Marchione a bandire che in onore di Francesco II° i lumi fossero esposti ai balconi, alle finestre ed alle porte, e la luminaria fu fatta perché imposta con la forza.
Il giorno dopo, poi, fu preparata la difesa altrettanto illegale quanto assurda, contro le forze dell’ordine che le autorità della provincia non avrebbero mancato far giungere – Campane a stormo, divieto agli agricoltori e contadini di recarsi in campagna.
Organizzazione degli armati, a capo dei quali fu prescelto Giuseppe Bove, blocco delle vie di accesso al paese per impedire a chicchessia di entrarvi o di uscirne, tentativo di minare il ponte “sulla strada che mena a Lucera” ripristino degli emblemi e dei ritratti borbonici; nulla, insomma, fu risparmiato per rendere più strana e grottesca quella tragica farsa.
Fu ripetuta di casa in casa la ricerca di altro materiale bellico (cartucci, giberne, palle, polvere ecc….). Verso le quindici tal Filippo Schiavitto di Alberona di ritorno da Lucera e latore di documenti civili e di una lettera per il Giudice Perilli fu fermato alla Porta del Pozzo e poiché si rifiutava di consegnare le carte fu percosso e rimandato. Contro Onorio Buccino, che non aveva ottemperato all’ordine di radersi i mustacchi e di andarsene da Biccari, furono sparati ben due colpi di fucile, per sua “ventura non diede fuoco”. Per tre volte, e sempre inutilmente fu invasa la casa di Don Pasquale Perilli. Tornando a Casimiro Esposito, l’unico prigioniero che si trovava allora nel carcere circondariale, per dare una parvenza di legalità alla sua liberazione, anziché scassinare la porta, come avevano tentato la sera innanzi si costrinse il Giudi
ce Perilli a trattare la causa per direttissima quel giorno stesso, e ad assolverlo, sicché verso le 19 quegli andò ad ingrossare la fila dei ribelli. Questi ormai, padroni della situazione, allestirono un corteo che, banda in testa, ripetette più volte il giro del paese tra le luminarie e gli evviva a Francesco II°. Si giunse così alla mattina del 16 ottobre. (Taluni di già volontariamente avevano incominciato a deporre le armi.)
Quando giunse da parte del Procuratore Generale del Re l’ordine di disarmo. Dopo essersi consultato col supplente Giudiziario Don Donato Goffredo, verso le 21 il Giudice Perilli convocò i rivoltosi nella sala del Regio Giudicato e diede loro lettura del disposto ricevuto. Ma questo dovea servire come un invito a sedare gli animi suonivo invece come una provocazione.
Si gridò al tradimento e ricominciò il tristo tormento nutrito di spari e schiazzi. E’ per cerchio comperò le fumi per legare le vittime designate. Prima di tutti il Giudice fu tradotto al largo dei Morti e fu miracolo se quel povero vecchio scampò alla furia omicida di tal Vincenzo Checchia. Le armi in mani inesperte funzionavano male o non funzionavano affatto. Un colpo di pietra ai reni si ebbe Don Donato Del Giudice. Don Raffaele Casalini, Don Francesco Tocco, Don Lorenzo Roseti e Don Michele Checchia furono tratti al seguito della ciurmaglia e poi dopo una mezz’ora ricondotti a casa senza che loro fosse torto un capello. Luigi Pellegrini, invece, percosso con una mazza sulle reni e sul capo, “ebbe a ringraziare le sue gambe se non fu raggiunto da chi per lungo tratto di strada lo inseguì con un coltello teso,,. Anche contro Costanzo Michella, “strappato dalle domestiche mura, due volte tese cileca il fucile e allora tal Donato Giuliano con ogni sorta di minacce e di ingiurie, si fece consegnare “una scritta di credito per ducati trentasei,, che il Menichella vantava contro l’eredità di Michelangelo Giuliano. Don Domenico Lippi “La per la del paese,,, del quale porta il nome la via che fiancheggia l’antico palazzo Lippi fu tutto uscire di casa e colpito alla testa mortalmente due volte con la scure.
Molto ricercato fu Giuseppe Bove che da capo degli armati che era il giorno innanzi caddè in sospetto di tradimento per aver favorito la fuga della famiglia di Don Agnello e Don Luigi Goffredo. Acciuffato e condannato ad essere sacrificato nello stesso luogo dove giaceva esamine Don Domenico Lippi, disse che prima di morire, in espiazione dei suoi peccati, desiderava restituire quel corpo insanguinato alla desolata famiglia. Con tale espediente riuscì a svignarsela perché raggiunta la camera del Lippi ne chiuse prontamente la porta e attraverso il loggiato raggiunse la casa di tal Pietro Ioanna “dove rimase nascosto la notte e il di seguente,,. Fu poi minacciato di morte pure Don Francesco del Pozzo e la stessa minaccia con più accanimento fu rinnovata contro Don Nicola Cianfrogna. Ma lo ricercarono dappertutto infruttuosamente: presso Maria Michele di Ercole, detta la faetana, presso Clemente Grassi e perfino sul tetto di Lorenzo Monaco. La folla tumultuante sostò alcun poco presso la casa del supplente Don Donato Goffredo e quella di Antonio Menichella per tirarvi delle fucilate. Verso le tre di nuovo perquisito il domicilio di Don Nicola Bonelli. Ma furono questi gli ultimi sprazzi della follia che aveva invaso il nostro popolino. Il giorno dopo passò tranquillamente e il 18, nel bosco di Santa Maria, che è stata trasformata nella più fertile contrada granaria dell’agro biccarese, si parlamentò perché nuclei di gendarmi e della guardia Nazionale si postarono da Lucera su Biccari per reprimere definitivamente ogni velleità di resistenza e cancellarvi ogni traccia di disordine. Ed ecco il giorno diciannove l’arrivo dell’On.le Procuratore Generale del Re che allo scopo di pacificare gli animi però con sé poca gente armata. Arrivò senza incidenti, ed ebbe si eccettui il tentativo criminoso di un certo Antonio Sammaico sventato dalla stessa madre di lui.
Intorno al Procuratore si radunarono i buoni ed onesti cittadini e la calma tornò come d’incanto. Sono queste in sintesi le risultanze di una voluminosa istruttoria che portò il giudice inquirente alla mesta constatazione dello “stato di brutale rozzezza in cui è il popolo di questa parte meridionale dell’Italia,, si dibatteva.
Tra i maggiori responsabili degli avvenimenti deplorati ricorderemo: 1° Donato Meneceola, indigente nato il 5 febbraio 1839, soldato borbonico sbandato (perciò avverso al nuovo ordine di cose) “un treno di testimoni, dice il processo, ritiene capo della rivoltura,,. Né gli alibi da lui addotto dopo l’arresto servì a scagionarlo. Disse, infatti, che dopo di aver pranzato, la mattina del 14, con Michele e Salvatore Codirenzo, avendo questi espresso il desiderio di ritornarsene ad Alberona, lò accompagnò per circa un miglio “al di là del paese,, che nel far ritorno aveva saputo da un tal Vincenzo Picaro che a Biccari era scoppiata la rivolta e infine che di lì a poco imbattutosi in Donato Giannetti, caporale di gendarmeria, Donato Basso e Vincenzo Ercolino con essi rientrò in paese e si adoperò in tutti i modi perché gli avvenimenti prendessero una piega me…
no funesta, ciò che promise anche al Sindaco Gasparri la mattina del 15. La casa del sindaco anzi si diede a garantire da ogni aggressione. Accusò poi Giuseppe Baselice del progetto di minare il ponte sulla via per Lucera e della direzione di tutte le operazioni. Scuse ed accuse che non valsero a salvarlo. 2° Michele Codirenzo, altro soldato borbonico venuto a Biccari da Alberona, sua patria, dietro invito di Donato Menecola. Aveva il 26 novembre 1833, egli che tra l’altro era “femminiero, nemico del lavoro e capace di ogni tristo eccesso,, aveva giurato di fare una strasciata dell’arma nazionale, aveva sparso “semi di comunismo,, e non contento di quanto era accaduto a Biccari tentò di procacciare altrettanto in Alberona. 3° Antonio Di Palma, nato in Casalbore il 25 maggio 1832, egli pure ex soldato borbonico. La sera del 14 indusse anzitutto a fare da vessillifero il giovinetto Giuseppe Menichella. Tentò poi di uccidere Don Giuseppe Cupo per costui, poco tempo prima della sommossa, in divisa di caporale della Guardia Nazionale “gli aveva impedito di passar fumando la pipa innanti la pattuglia di quella nobil arma,, ciò che egli stesso confidò stradizionalmente a un tal Francesco Saverio Checchia. Altra volta nella bottella di tal Carmelo Checchia disse che era stata affidata a lui l’esecuzione della pena di morte a carico di Giuseppe Bove, esecuzione che come si è visto non potette aver luogo. Arrestato dalla Guardia Nazionale in Alberona l’11 novembre non ebbe prove da offrire a sua discolpa. 4° Quirico Ioanna, borbonico sbandato, reo tra l’altro di aver ucciso Donato Pellegrino nel modo di cui si è detto, e di resistenza armata alle guardie che avevano il mandato di catturarlo, asseri che a capeggiare la rivolta era invece stato Raffaele Di Paola, era nato il 19 aprile 1839 in Biccari. 5° Donato Basso ed altri complici, infine di cui per brevità si tace.