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Responsabilità per le nascite
Collegamento archivisticoRiflessione sociale sulla povertà, la disoccupazione e la natalità nel Mezzogiorno, con accenno cauto ai metodi Ogino-Knaus.
Apri la scheda →Risposta all'articolo del Dott. Rosa sulla limitazione delle nascite. L'autore concorda sulla gravità del problema della miseria e della prolificità incontrollata, ma rifiuta soluzioni statali dirette (che giudica invasive della sfera intima della famiglia) proponendo invece una via di fondo: combattere non il "numero" delle nascite ma le sue radici, cioè povertà e ignoranza, attraverso un'ampia opera educativa e un miglioramento delle condizioni materiali, in modo che la responsabilità procreativa diventi frutto di coscienza morale e non di imposizione esterna.
Il Dott. Rosa, nel numero precedente di questo giornale, ha posto le mani, con notevole senso di responsabilità, sul centro d’un bruciante problema: la limitazione delle nascite per evidenti ragioni di carattere sociale. Ottimamente. Va attribuirgli il merito d’aver aperto un’importante discussione degna di più accurata attenzione e suscettibile d’approfondimento. Egli ha ragione. Bisogna avere il coraggio di infrangere i comodi schermi di certe ipocrisie e centrare la realtà nella sua nuda implacabile eloquenza.
Ma ciò, s’intende, non deve significare l’abbandono del nucleo sostanziale d’una questione per lasciarsi determinare da fatti e divagazioni generiche e inconcludenti, bensì la direzione del ragionicinio sul binario delle norme universali che regolano il funzionamento del pensiero umano in aderenza allo svolgersi della realtà naturale. In ottemperanza di tali norme ci è bene precisare i termini dell’argomento imposto e affrontato dal Dott. Rosa. Io sono convinto che la morale cattolica è un sottinteso di tutte le leggi naturali nel loro giusto sviluppo onde il Cristianesimo, prima che una fede cieca e irrazionale, è una luce intellettiva. Pertanto, se l’argomento in oggetto è esaminato a rigore di logica non è fondato il timore d’una contraddizione stridente con una norma naturale o religiosa. Non è la logica che fa paura, ma l’infatuazione ebra, l’elefantasi della logica, non l’uomo normale ma il pazzo.
E, prima di tutto, è doveroso riconoscere le molte osservazioni del Dott. Rosa sono inconfutabili. La piaga d’un proletariato amorfo e caotico senza speranza di sollevamento morale e materiale, famelico, disoccupato, rabbioso, inacidito e abbrutito è infatti un senza dubbio una vergogna della società. Numero sterminato di elementi disgregatori, carichi di forze incomposte, istintive, esplosive. Di chi la colpa, quali le cause? Sarebbe troppo lunga e amara la storia. È un fatto e basta. La società ha il dovere di riconoscerlo ed eliminarlo.
Non è facile, lo so, ma occorre cominciare. Credo il Dott. Rosa che basti consigliare la ricetta per sanare il malato? La diagnosi è precisa, ma tutto si risolve in un’irrisione cura, se non si pensa a tradurre in atto, con adeguata preparazione di mezzi, i propositi intenzionali della guarigione. Ecco che il problema si amplifica e giunge a coinvolgere tutta una serie di provvedimenti atti ad iniziare il duro processo di redenzione del nostro popolo. È detto bene: la limitazione delle nascite. Ma come, attraverso quali espedienti o misure persuasive? Lo Stato certamente è da escludersi con i suoi inopportuni interventi. Io credo che in ciò si possa essere tutti d’accordo in quanto la famiglia è un’istituzione troppo gelosa dei suoi pudori, un’autonomia morale e spirituale perché possa tollerare intrusioni eterogenee. È implicito poi il fatto che un intervento statale, permanendo le attuali condizioni di miseria e di abbrutimento, si rivelerebbe inutile per non dire dannoso. E allora, è chiaro, il problema non va affrontato nelle sue manifestazioni più appariscenti, nei suoi punti marginali ed accidentali, ma nel suo piano centrale, nel suo nucleo sostanziale: è cosa pacifica che la prolificità è l’aspetto più preoccupante, anzi il risultato fatale della miseria e dell’ignoranza.
Tutto il male è in queste due radici avvelenate. Il numero è la conseguenza non la causa di tanto malessere sociale. Ora è intuitivo che per sradicare un male bisogna individuarne e sopprimerne la causa piuttosto che soffermarsi ai sintomi che sono soltanto l’indizio della malattia e non la malattia nella sua individualità. Vano quindi dire al povero operaio: “Evita di procreare tanti figli; non vedi l’impossibilità di vestirli, nutrirli, educarli,,. Vano perché egli lo sa prima di noi, lo comprende più di noi in quanto direttamente, col sacrificio di tutta la sua vita, ne ha sofferto la dura esperienza. La ricetta non basta. È indispensabile fornire l’ammalato prima dei mezzi necessari a procurarsi le medicine, poi della persuasione che queste saranno la sua salvezza. La conclusione è ovvia. Lo Stato deve iniziare una vasta gigantesca opera di educazione delle masse popolari. E non basta. L’educazione suppone un certo grado di dignità economica. È assurdo pretendere la cultura dello spirito quando gli istinti più elementari latrano implacabilmente con l’impeto della ossessione, dell’angoscia, del tormento quotidiano riducendo l’uomo a un groviglio caotico di egoismi. L’uomo ha bisogno, prima di ogni cosa, di pane. Che la società gli assicuri, come prima condizione, il pane e poi pretenda da lui una decorosa educazione spirituale e intellettuale. Si ristabilisca la giustizia sociale, la fratellanza, l’uguaglianza, ma nella realtà della vita e non soltanto nella formulazione delle leggi, e tutto sarà facile. Gli uomini allora sentiranno spontaneamente il senso della loro dignità, del loro limite; la responsabilità di tutti gli atti e pensieri della propria esistenza davanti agli uomini e davanti Dio. E, poiché l’educazione è un fatto squisitamente personale, saranno tutti degni della propria condizione umana e la limitazione delle nascite, se sarà necessaria, seguirà lo svolgimento delle leggi naturali al di fuori dei nostri ricettari e formulari gratuiti. Ma a questo punto sorge un’obiezione tanto spontanea quanto imbarazzante: “Può lo Stato effettuare un’opera così misurata, addirittura colossale? È qui il punto focale della questione. Ora è tempo di dire che è necessario formarsi questa convinzione: Lo Stato non è un’entità astratta, superindividuale, quasi divina che possa operare indipendentemente dal libero concorso di tutti i cittadini. Lo Stato siamo noi, la società. Se per tanto con la nostra bontà, comprensione, carità non ci decidiamo ad integrare una volta per sempre le deficienze della legge scritta, ad attuare le norme universali che è innata nei nostri cuori e che la Religione cristiana fissa eternamente nella limpida verità dei suoi dogmi, tutto sarà vano. E allora, amico mio, cominciamo con un’analisi introspettiva, con un esame di coscienza. Quale tributo apportiamo noi, personalmente, alla soluzione del problema che agitiamo con tanta sicurezza?
Cosa facciamo per lenire le pene della povera umanità che ci circonda?
E allora capiremo che il discorso prima che agli altri dovremmo rivolgerlo a noi stessi.
Gianni Vergineo
Il proto chiede scusa e rettifica: all’articolo del Dott. Rosa, pubblicato nel numero scorso, all’aumento di questi ultimi anni delle nascite sui morti fu riportato cinquantamila invece di cinquecentomila come nel testo.