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Il flauto sommerso

Novella elegiaca dedicata a "Patanella" (Giuseppe Coduto), leggendario suonatore di flauto di Roseto Valfortore, ormai scomparso. Pastorello dall'animo sensibile e solitario, aveva ereditato dal nonno la passione per il flauto e ne accompagnava con struggenti melodie il pascolo del gregge tra i monti e le acque del Fortore. La sua storia si chiude tragicamente in una sera di marzo, quando un agnellino cade nel fiume in piena: il piccolo Giuseppe si getta nella corrente per salvarlo e annega insieme all'animale, ritrovato poi dagli abitanti del paese ancora stretto al petto, in un'immagine di innocenza e sacrificio. Il fiume stesso, personificato, sembra infine pentirsi del gesto crudele, intonando una mesta elegia pastorale.

E chi non conosce, a Roseto Valfortore, l’ispirato suonatore di flauto, zi Giuseppe Coduto, da tutti chiamato col nomignolo di “Patanella,,?

Ora anch’egli è scomparso, come tanti altri, mangiato dalla morte. Ma, nel vasto silenzio della notte, appena ti metti in ascolto, a cogliere le divine ed insopprimibili voci della tenebra, sembra che ti giunga all’orecchio una languida e velutata melodia di flauto e rivedi, con la fantasia, nella strada deserta, il fantasma del suonatore che vagola per le vie del paese, a dispensare, con la tenue fragilità del suo strumento di legno, ineguagliabili tesori di serenità interiore.

Era, infatti, inconfondibile, l’arte musicale di “Patanella,,.

Fra mille voci, avvertivi la sua, caratteristica, fatta di agilità, di tenerezza, di passione violenta. Era l’anima del popolano autentico che cantava nel flauto: anima di solitario e scontroso poeta mancato nel cui cuore la poesia anzichè in parole sgorgava in musicalità dense di sentimento capriccioso. Forse un magico fluido dovea scorrere nel sangue del pensoso flautista se nella sua famiglia tutti, o quasi, hanno ereditata la divina passione per la musica ed il flauto costituisce, per i grandi ed i piccoli eredi di zi Giuseppe Coduto, lo strumento più atto ad esternare i moti dello spirito. Ad essi, ai “Patanella,,, basta anche un semplice spezzone di canna silvestre perché ne sappiano cavare suoni ed armonie impensate.

Questa passione, però, più violentemente aveva colpito il piccolo Giuseppe Coduto che nel nonno aveva trovato, nelle lunghe serate d’inverno, accanto alla fiamma del camino, il maestro più volenteroso. Quelle modulazioni semplici e diafane come il vetro, quei gorgheggi stupendi rapiti…

Facevi il pastorello, Giuseppe Coduto, e godeva, nel verzicare largo dei campi, accompagnare il gregge alla pastura al suono del suo inseparabile strumento. Adagiato sull’erba all’ombra di un faggio oppure seduto tra i rami di una quercia, il guardiano di armenti osservava, attento, il migrare lento delle capre, delle pecore e degli agnelli e ricamava, col suo piffero di legno, motivi sempre nuovi.

Il suono che inizia timido ed incerto il suo motivo ritmico, quasi che un genio lo ispirasse d’improvviso, diventa tormento e spasimo che i trilli acuti, le flessioni in minore, il ritmo lento o vivace esprimono in una ricchezza mirabile di suono ebbri di varietà. Poi… ripensai all’alta collina del Cimitero sulla quale il vecchio suonatore di flauto riposa, mormori una breve preghiera di suffragio e chiudi gli occhi al sonno che sarà, anch’esso, popolato di figure tramontate e di armonie soavi.

La montagna ed il bosco avevano attrattive particolari sulla sua anima di fanciullo lì, nell’inviolato silenzio dove voci umane non giungevano, ei sentiva padrone incontrastato: il trillo vivace del flauto riempiva tanta sconfinata ampiezza e le acque del Fortore che luccicavano a valle sotto la sferza del sole, ed il cielo carico di infinito azzurro e la solitudine sacra delle selve parevano ascoltare, con ammirato stupore, quei fremiti musicali. Anche le pecore avvertivano, in quelle improvvisate melodie, il richiamo del guardiano e gli giravano intorno con una devozione fatta di tenerezza e di commozione…

La mano di un artista avrebbe potuto eternare sulla tela o nel marmo quella rozza sagoma di pastore dal viso ovale su cui l’innocenza brillava nella chiara sincerità dello sguardo e dalle vesti tutte toppe e rammendi quelle pesanti scarpe di montanaro, ma specialmente quel flauto di legno lucido e nero.

Fu un grigio vespero del marzo che il piccolo suonatore di flauto scomparve con le mani il tenero strumento di legno, nelle torbide acque del Fortore. La romba del fiume, alimentata dalla furia delle acque cadute di recente e dal disgelo delle nevi, riempiva di minaccia la vasta campagna circostante. Tornava, il piccolo Giuseppe, al paese e spingeva avanti, nella penombra della sera, il gregge amato: un agnellino inesperto, forse affascinato dal richiamo mortale delle acque, era caduto nel fiume e si dibatteva, belando tristemente, nella stretta di quella furia selvaggia. Il pastorello, senza esitare, si gettò nel fiume: voleva salvare ad ogni costo il suo agnellino e scomparire portato via dalla corrente.

Tutto il paese fu in subbuglio all’annunzio.

Nella notte percorsa dal brivido feroce del fiume, centinaia di uomini e di giovani animosi, al lume delle lanterne e delle torce, perlustrarono passo passo, guardinghi, le rive e le acque del Fortore.

Fu una lunga, affannosa, disagiata ricerca: il povero pastorello venne, finalmente, trovato.

Le acque lo avevano depositato a riva con la tenerezza di una mamma che addormenta la sua adorata creatura: stringeva forte forte al petto il tenero agnellino che non aveva voluto abbandonare alla voracità della corrente ed il sonno della morte fioriva sul suo viso con un biancore fascinoso di gigli.

Il fiume, perduto l’impeto bestiale, quasi preso da un’angosciosa rimorso, cantava, lento, una mesta elegia di compianto modulata su ritmi fatti di rustiche nostalgie pastorali…

Luigi De Cesare

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