Ogni italiano ama l’Italia, l’ama perché essa gli ha dato i natali, la lingua, un passato di gloria e di grandezza, perché gli dà la possibilità di ammirare un cielo terso e puro, di contemplare una varietà sempre bella di panorami; l’ama anche perché essa ha dato la vita a degli eroi, a dei martiri che realizzarono nella grandiosità dell’azione quell’impeto di sentimento che a stento un cuore può comprendere in sé. Ogni città, ogni paese ha eretto a questi eroi un monumento dinei un altare dove ogni cittadino va a rinvigorire la sua fede, a raddoppiare la sua speranza a ringagliardire il suo coraggio nelle ore di dolore e di oppressione. Ma l’italiano deve ancora amare l’Italia perché essa ha dato i natali ad uomini che con la forza dell’ingegno hanno contribuito a renderla grande e gloriosa.
Chi entra nella basilica di S. Croce in Firenze e si ferma dinanzi alle tombe di Michelangelo, di Vittorio Alfieri, di Ugo Foscolo, di Galileo Galilei non può non sentire un senso profondo di commozione che lo spinge ad esclamare: sono orgoglioso di essere italiano. Avviciniamoci dunque a questi grandi con fervida commozione ascoltando la loro voce, il loro verso ardente ed impetuoso.
Esaminando la Divina Commedia possiamo riferirci a contatto più diretto con l’animo di Dante. I suoi sentimenti e risentimenti acquistano una luce particolare ed inconfondibile in quel rapido susseguirsi di episodi. È un richiamo, talvolta un’invettiva, talvolta una nota di compassione e comprensione che mettono in luce l’animo con cui il Poeta affronta e giudica un peccato o un peccatore.
Dante caduto nel peccato e cosciente della sua disperata situazione dirige lo sguardo assioso al colle della salvezza che uno sole radioso illumina e rallegra. Ma una lonza, un leone, una lupa intralciano a Dante il cammino. Sono questi i simboli delle passioni che offuscando la ragione aiutano l’istinto a predominare, ecco quindi la necessità di una guida, di Virgilio cioè. Di fronte alla lonza, simbolo della lussuria, Dante indietreggia: egli sente viva la passione amorosa e gli episodi ispirati a questi sentimenti sono ricchi di umanità, di comprensione. L’episodio di “Paolo e Francesca” lascia nell’animo del lettore un bisogno di pianto sommesso .. “Amor che a nullo amato, amar perdona…”, “Francesca, i tuoi sospiri e lasciar nel fosso triste e pio…”
Ma l’alto senso di giustizia che guida il poeta condanna i lussuriosi in eterno: essi saranno eternamente sbattuti dalla bufera infernale… Il Poeta stesso si sente colpevole e piange; e desideroso di purificarsi, si lancia tra le fiamme della settima cornice del Purgatorio per poter cantare, nel cielo di Venere, la beatitudine degli spiriti amanti.
Ma non è che paura non mi desse / La vista che s’apparse di un leone…
Anche la superbia è un valido ostacolo alla redenzione. Dante se è cosciente tuttavia fa di essa una distinzione: e chiama presunzione, la superbia di coloro che con lo sguardo fisso al proprio piccolo orizzonte morale, affermano e difendono, la loro superiorità nei confronti degli altri, chiamo: giusto riconoscimento delle proprie forze l’orgoglio dei grandi, animati da vati e nobili ideali. Quando Dante incontra i superbi nella palude stigia, ha parole di disprezzo per Filippo Argenti il vero tipo del presuntuoso. Però in questo episodio fa dire a Virgilio “Benedetta colei che in te s’incinse“.
Ecco i due aspetti della superbia di cui Dante disprezza il primo, esalta il secondo. Ma l’uomo non riesce mai a valutarsi nella giusta misura ed il Poeta sente anch’egli il bisogno della purificazione e curvo, segue la schiera dei superbi della prima cornice quasi a sopportare il peso del grave macigno che costringe le anime a guardare sempre la terra.
Nel Paradiso dove dirampa solo e sempre la fiamma della carità, Dante non può assegnare un luogo ai superbi, però parla della superbia con Cacciaguida ma solo per dir la vanità. “Tu sei monto che presto raccorca…“
Ma ancora un ultimo ostacolo: la lupa, simbolo dell’avarizia. Dante ha per gli avari parole di disprezzo; repulsione è il sentimento che essi gli ispirano. Eppure la lupa risospinge Dante nella selva del peccato. Ma nel Poeta, che si redime, noi dobbiamo scorgere l’intera umanità; ecco come la “Divina Commedia” passò da una genesi individuale ad un significato universale. Gli avari sè mostrano a Dante, irriconoscibili nell’aspetto: ciechi e con lo sguardo rivolto alla terra come lo furono sempre nella vita terrena.
Marcella De Tata
(Continua)