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La mia storia (2 parte)

Si conclude il racconto in prima persona di una donna caduta in disgrazia: sedotta da un cugino in gioventù, ripudiata dalla famiglia per salvare l'onore e la carriera militare del giovane amante (che poi la abbandona), attraversa una serie di umilianti impieghi (segretaria molestata, lavandaia, cameriera) fino a essere adescata con l'inganno e costretta alla prostituzione a Ventimiglia. Lì diventa "Ilva" — la stessa figura già incontrata in un precedente episodio del giornale (n. 2, "La mia storia" del soldato) — e racconta la propria vicenda al narratore-soldato che l'aveva amata. Il racconto si chiude rivelando che i due si sono sposati grazie all'intervento di un cappellano che insegnò loro la carità cristiana: oggi vivono insieme con due bambini, "due corpi in un'anima sola".

Continuazione del numero precedente

Quei paesini che tanto ci piacquero ci videro come turisti senza pretese o come borghesi che trascorrono la domenica fuori città.

Tornammo in città quando già le luci erano accese.

— Stasera, disse, ti racconterò la mia storia. Ora posso dirtela. Mi è sembrato oggi di avere un fratello.

Sono nata in un paesino di confine, da famiglia che ancora oggi, non ostante le mutate condizioni politiche, gode ancora benessere e stima. Ero figlia unica e dopo le scuole trascorrevo le vacanze sui monti della Carnia. Mi faceva, quell’anno, compagnia un mio cugino che mi era stato compagno di giochi quando ero bambina. Gite, escursioni, passeggiate facevano sì che ci trovassimo spesso soli.

Ai vincoli di parentela si era sostituita una corrente di simpatia e non mi fu grave donarmi a lui con trasporto e passione.

Avvenne l’irreparabile e forse solo allora i miei genitori si resero conto che non ero più una bambina e che i giochi che potevo fare con mio cugino potevano anche non essere più innocenti.

Quello che era stato il nostro segreto divenne l’argomento dei lunghi conciliaboli tra le nostre famiglie e il tormento di tutti.

Mio padre non volle più vedermi. Mia madre che pure, forse, avrebbe voluto comprendermi non lo potè per l’assoluto diniego del babbo.

Come proprio fossero andate le cose non l’ho mai saputo, perchè mai ho visto alcuni dei miei dopo che fui scacciata da casa.

Pensavo di trovare amore e conforto in Stanislao, ma questi ubbidì alla sua famiglia e badò alla carriera intrapresa.

Fu così che mi trovai sola, sconfortata, senza alcun appoggio. Il fallo era stato commesso, la colpa era grave perchè macchiava il blasone di famiglia e comprometteva la carriera militare di un giovane, vanto e decoro di un’altra famiglia affine alla prima. Ma sacrificando una vittima sull’ara delle tradizioni e dei preconcetti della società l’onta scompariva, l’onore sarebbe stato salvo! E la vittima fui io. Accettai rassegnata, inconscia di quello a cui sarei andata incontro, confortata dal pensiero che Stanislao mi avrebbe voluto bene.

Anche questa illusione durò poco: gli studi militari, o la vita galante di Vienna l’assorbirono ed io non seppi più di lui.

I miei risparmi personali mi dettero modo di vivere finchè non trovai un impiego. Fui segretaria in un elegante ufficio da cui me ne andai perchè il direttore pretendeva le doti fisiche e non quelle tecniche della sua segretaria.

Passai ad un altro ufficio e benchè il direttore di questo fosse più anziano, aveva le stesse esigenze.

Ne avevo già troppo degli uomini e non trovando di meglio m’impiegai in una stiratoria.

Qui non trovai la nauseante corte dei direttori e le loro studiate attenzioni, ma un lavoro pesante in special modo per me che non ero abituata ai lavori manuali. Il ferro mi stancava il braccio e mi indolenziva la spalla, le gambe mi si piegavano per la stanchezza, l’aria afosa mi toglieva il respiro. Ero stordita e per quanta attenzione mettessi nel lavoro non riuscivo mai a contentare la direttrice. Un giorno venni meno. Le compagne s’interessarono di me, anche la direttrice fu molto gentile; ma ciò non valse a incoraggiarla a tenermi ancora; e un giorno con belle parole mi fece capire che non potevo continuare quel mestiere inadatto per me e… mi licenziò.

Questa volta ero sfiduciata; i miei risparmi erano troppo assottigliati per permettermi di aspettare e scegliere una nuova occupazione. Risposi ad un’inserzione e andai a fare la bambinaia. Dopo pochi giorni m’avevano ridotta a cameriera, a serva.

Un giorno che avevo portato i bimbi ai giardini pubblici, e che sentivo tanta amarezza nell’animo fui avvicinata da una donna che s’interessò di me. Aprii a lei il mio animo esacerbato, e lei che aveva tante maniere mi distolse dal pensiero di farla finita, che da giorni mi allettava. Disse che avrebbe provveduto bene alla mia sistemazione.

Mi presentai il giorno dopo con una sua lettera ad un signore che con modi molto gentili mi accolse, mi diede i soldi pel viaggio e mi mandò a Ventimiglia con un’altra lettera per una signora.

Mi resi conto solamente dopo l’arrivo dove mi avevano cacciata.

Mi ribellai, ma le mie proteste s’infransero contro il dire convincente della signora che con adatte parole mise a nudo la mia situazione e vestì di rose il nuovo mestiere.

Persuasa di essere una vittima contro cui l’umanità tutta si accaniva per tirarmi sempre più nel baratro disperato dell’esistenza e che ero nell’impossibilità di reagire perchè mancante di forze (ma forse più di esperienza, come ho appreso dopo) finii col cedere e accettai il nuovo destino.

L’umanità che poteva di me fare una donna, ne aveva fatto un trastullo, m’aveva aggiogato ad un crudele destino, sforzandosi d’impoverire sempre più la mia anima. A questa umanità appartenevano i miei familiari che nella obbedienza delle ridicole prevenzioni di casta, m’avevano scacciata dal consorzio civile, ubbidendo alle sue leggi, per salvare l’onore. E chi sa mai che cosa intendano gli uomini per onore!

L’umanità è stata cattiva con me e m’ha indotta al male; io v’ho perseverato ed ho disconosciuto il bene: Ora mi solleverò dal fango. Le mie forze saranno poche, ma le userò fino all’ultimo e se troverò un appoggio il miracolo può dirsi compiuto.

Avrò da lottare con l’umanità che non vorrà comprendermi, perchè, in simili casi, i suoi preconcetti sono diversi da quanto è naturale e divino. Il fallo, che apportava onta al nome della mia famiglia, poteva essere compreso e perdonato secondo quanto c’insegna la ragione divina, e naturalmente non viene cancellato dal non riconoscerlo, estromettendo dalla famiglia chi l’ha commesso. Pure gli uomini s’illudono di superare quanto è divino e naturale e si sentono liberi e puri, quasi che non accettando il peccatore, il peccato scompaia, e non si accorgono che in tal maniera propagano il male, quel male che s’ingegnano di combattere con mezzi inadatti.

Quante son cadute come me, tutte hanno una storia pietosa, nessuna pensava di divenir tale, eppure continuano, come ho fatto io, perchè la necessità le costringe, perchè non hanno chi le sollevi e le porti alla luce. Un senso di comprensione, un atto di perdono avrebbe potuto evitare la triste sorte di noi derelitte e saremmo potuto essere noi pure angeli del focolare, numi tutelari di una famiglia, parti attive e operose nel consorzio umano.

Questo mi disse Ilva; ma io avevo già una mia idea che si andò sempre più rafforzando e divenne atto quando il buon Cappellano, con molti esempi, mi parlò della carità di Cristo.

I miei genitori erano morti da tempo ma capii che mi benedicevano contenti quando davanti al Cappellano, dissi “Sì,, ad Ilva.

Ora ho Ilva e due bambini. A dire della mia famiglia mi sembra poco ripetere con Ovidio: “siamo due corpi in un’anima sola,,.

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