Non si tratta di un bob a due o di un bob a quattro, perché colui di cui diremo era solo, o per lo meno veniva considerato tale. Quando si è poveri diavoli, infatti, non c’è nessuno che vanti titoli di parentela, come avviene invece per le persone di censo, per le quali è sufficiente avere il cognome in comune, anche se non c’è alcuna affinità; oppure si sale l’albero genealogico fino agli ultimi rami per trovare motivo di appartenenza alla famiglia.
Bob, ossia Carmine Mansueto, rimase orfano molto presto: il padre, alla chiamata alle armi durante il primo conflitto mondiale, partì per la guerra e non fece mai ritorno.
La madre, che si recava a lavorare nei campi, una sera non tornò a casa. Il suo corpo fu trovato poi in un pozzo e dall’autopsia risultò che non si trattava di suicidio.
Il ragazzo fu prima presso una famiglia come garzoncello; poi, libero di sé, vagabondava per il paese e per la campagna. Fu sorpreso a cogliere dell’uva in una vigna o altra frutta per sfamarsi. Denunziato e arrestato, fu avviato fra i corrigendi.
Quando ritornò in paese aveva raggiunto la maggiore età e poté riscuotere i ratei della pensione di orfano di guerra che, nel frattempo, si erano accumulati. Con quel gruzzoletto trascorse un breve periodo di vita facile. Forse fu l’unico della sua vita.
Poi scomparve e non si seppe più nulla di lui.
Con l’esodo dei tedeschi e l’arrivo delle truppe alleate, durante il secondo conflitto mondiale, fu liberato o si liberò. Disse di aver trascorso quel periodo in una colonia agricola.
Erano passati degli anni, si era fatto uomo; erano tempi di traversie e lui chissà quante ne aveva attraversate. Al suo arrivo, il suo primo pensiero fu quello di pagare un debito di cinquanta lire che, a suo dire, aveva lasciato scoperto l’ultima volta che era stato a casa. Doveva essere così, ma nessuno di noi lo ricordava.
Scomparve ancora, per ritornare dopo qualche tempo accompagnato dalla scorta e con il foglio di via. Fermato a Roma, considerato ozioso, vagabondo e senza fissa dimora, veniva rimpatriato al paese di origine, e fu così anche in seguito per tante, tante volte. Veniva consegnato al Sindaco, questi lo mandava a casa per il vitto e per l’alloggio, ma rimaneva solo per qualche giorno in paese e poi ripartiva.
Con mezzi di fortuna, aiutando a caricare e scaricare i camion, otteneva il passaggio, a volte in varie tappe, fino a Roma. Qui vivacchiava intorno ai Mercati Generali, lavorando nel caricare e scaricare le merci e facendo la pulizia nei locali dei cinema adiacenti, dove si procurava delle cicche che poi fumava arrotolando le cartine. Andava avanti così fino a quando, incontrando i carabinieri e cercando di evitarli, veniva fermato e, per la trasgressione al foglio di via, trattenuto agli arresti per qualche mese e quindi rinviato giù a Montefalcone.
Vestiva in maniera dimessa, ma era sempre molto pulito. Ogni volta che arrivava ci teneva a far sapere che aveva fatto il bagno il giorno prima e aveva indosso biancheria di bucato. Era piuttosto basso di statura, aveva un’andatura curva e circospetta; evitava gli agenti e i carabinieri, e questo era un motivo in più per essere fermato. Portava sempre con sé un piccolo tascapane militare per contenere le sue misere cose.
Seppi da lui, e me lo disse senza vanteria, che l’ultimo giorno di prigionia non mangiava il suo rancio per distribuirlo agli altri, così come donava ai compagni di prigione più bisognosi i capi di vestiario meno dimessi: qualche camicia, qualche paio di calze o altro di cui poteva disporre.
La vita trascorsa in prigione, il cui periodo era forse maggiore di quello che poteva trascorrere in libertà, non aveva intaccato la sua onestà morale: non aveva arroganza, era costumato e contenuto nel parlare, dignitoso e anche ossequiente, oltre che onesto fino allo scrupolo in ogni manifestazione.
Quando, a volte, vedevo il suo bagaglino sgonfio e, in sua assenza, notavo che non aveva alcun capo di biancheria, vi nascondevo in fondo qualche paio di calze o qualche camicia dimessa. Se glieli avessi dati, non li avrebbe presi, come aveva fatto altre volte. Quando ritornava non dimenticava di dirmi, quasi in tono di rimprovero, di aver trovato quello che avevo messo nel suo tascapane.
Una volta, quando voleva partire e doveva essere proprio a corto di denaro, mi chiese un prestito. Non trascorse molto tempo e mi pervenne un vaglia telegrafico. Fui dispiaciuto per la spesa del telegramma, perché sapevo quanto stentasse a guadagnarsi da vivere. Glielo feci presente al successivo ritorno, accompagnato, come sempre, dal foglio di via. Mi rispose che lo avrebbe fatto ancora, se fosse accaduto un’altra volta.
Mi pervenne un giorno un vaglia postale di qualche migliaio di lire e l’incarico di far celebrare una messa. Passai il tutto a don Peppino, il parroco, il quale mi disse che con quella somma avrebbe potuto celebrarne più di una. Potei scrivergli perché sul vaglia c’era l’indirizzo; nel dargli assicurazione, gli feci sapere quello che aveva detto il parroco. Quando venne, e non trascorse molto tempo, perché ormai la polizia non gli dava tregua, mi disse che non era il caso di trattare a risparmio sulle cose di Dio: se aveva mandato l’offerta per una messa, dovevo farne celebrare una soltanto.
I disagi, l’età non più giovanile, l’alimentazione scarsa e tutto il resto avevano minato la sua salute. Gli furono fatte più volte queste considerazioni per convincerlo a rimanere in paese, dove gli sarebbe stata assicurata un’esistenza più tranquilla e meno disagiata e avrebbe avuto di che vivere, perché ci saremmo impegnati a farlo assumere nei lavori della Forestale.
Non volle mai, perché, diceva, al primo furterello che fosse stato commesso in paese sarebbe stato accusato lui. Nessun ragionamento riusciva a guarirlo dall’idiosincrasia, comprensibile in lui, verso gli agenti e i carabinieri, che indicava con l’unico appellativo di “giacche blu”.
Fu interessato don Giovanni Giordano, cappellano delle carceri di Benevento, affinché cercasse di ottenergli la revoca del provvedimento restrittivo del foglio di via, in modo che potesse essere lasciato in pace a lavorare a Roma e non essere rimandato al comune di nascita. Non fu possibile: le annotazioni sul suo certificato penale erano tante, anche se i delitti commessi si riducevano quasi tutti all’infrazione del foglio di via.
Padre Innocenzo si interessò per il suo ricovero nell’Ospizio San Pasquale di Benevento. Gli fu assicurato che avrebbe avuto buona assistenza e sarebbe stato libero durante il giorno, anche di andare fuori. Sembrava convinto, poi rifiutò decisamente. Aveva un solo bene: essere libero, quando poteva, e non accettava restrizioni.
Fu visto ritornare ancora qualche volta; poi trascorse del tempo senza che si sapesse più nulla di lui, fino a quando pervenne al Comune la comunicazione della sua morte, dopo la degenza in un sanatorio.
Non possedette quasi nulla, Bob, se non la dignità di restare, fino alla fine, un uomo libero.
Storielle di vita paesana – Antonio Zeppa