Diceva don Antonio Minelli che ai suoi tempi il servizio di leva durava otto anni. Egli, già sacerdote, aveva fatto il soldato di cavalleria a Napoli e se durante gli otto anni gli avevano accordato una breve licenza fu solo perché durante quel periodo morì la sua mamma.
Anche Filipp’Antonio Goduti, il figlio di don Carminio, fece il soldato a Napoli ed è da presumere che vi abbia trascorso lo stesso numero di anni.
Bel giovane, di famiglia che al tempo si diceva di “signori”, ma che l’avversa fortuna e le circostanze politiche dei tempi aveva ridotta nelle peggiori condizioni economiche, non è meraviglia che abbia trovato accoglienza in una buona famiglia napoletana presso la quale si era presentato per chiedere la mano dell’unica figlia.
Non è necessario dire dei rapporti che si erano instaurati fra questo giovane intelligente, educato alle buone maniere, prestante nella persona, vivace e cordiale e i genitori, oltre che della ragazza, che vedevano un buon partito per la propria figlia.
La lunga permanenza a Napoli ebbe termine un giorno e il nostro giovane tornò in paese.
Non che l’aria paesana gli avesse fatto dimenticare le premure che quella famiglia aveva avuto per lui e le promesse che aveva fatto; ma le condizioni sue non gli consentivano di contrarre matrimonio, non solo a breve termine, ma neppure prolungando il fidanzamento nel tempo.
Non aveva, né poteva aspirare ad un impiego, non conosceva un mestiere, la famiglia viveva in dignitosa povertà. Non poteva deludere quella brava ragazza, con la quale aveva fabbricato castelli di carta, portandola in un paese di montagna a vivere di strettezze economiche nelle quali si dibatteva la sua famiglia.
E poi, quando i genitori e la ragazza stessa si sarebbero resi conto delle reali condizioni di lui, avrebbero acconsentito al matrimonio? E che figura avrebbe fatto lui di fronte a quelle persone dopo aver sostenuto, da bravo attore, la parte del nobile gaudente, rilevandosi un nullafacente sprovveduto di ogni risorsa?
No, meglio troncare tutto e subito; ma quale ragione addurre, quale scusa plausibile inventare?
Coi rapporti intercorsi non c’erano scuse o ragioni valide da mettere in campo.
Dopo lungo pensamento, dopo averne fatto parte anche ai familiari, prese la decisione che tagliava corto e non avrebbe dato motivi di ripensamenti o accomodamenti e l’avrebbe salvato da tutte le increscioso situazioni in cui si dibatteva.
Convinse la sorella di scrivere a Napoli una lettera accorata con la quale comunicava che il fratello Filipp’Antonio, per un male inesplicabile, era volato al cielo lasciando nella più viva costernazione tutta la famiglia.
La risposta che si aspettava era una lettera di condoglianze con l’espressione sentita di partecipazione al lutto. Avrebbero ringraziato e la partita si sarebbe definitivamente chiusa.
Invece non andò così.
La risposta venne presto: una lunga lettera di cordoglio, l’esaltazione delle virtù del caro estinto, ma anche l’annunzio di una visita alla famiglia a dimostrazione dell’affettuoso attaccamento al caro Filipp’Antonio e di stima e simpatia per i familiari.
Nelle più azzardate delle ipotesi la venuta a Montefalcone dei Napoletani non era prevista. Napoli – Montefalcone, per quei tempi, era un viaggio da affrontare con coraggio dato i mezzi di trasporto e la distanza: treno, carrozza, montagna, strade impervie, disagio.
Ma se quelli venivano si doveva pur provvedere in maniera che non ci fosse smentita a quanto era stato detto nella lettera, se no la figura sarebbe stata delle peggiori e la faccia almeno si doveva salvare, specie adesso che si era compromessa anche la famiglia; ma in un paese, dove si fa vita comunitaria la cosa era ben difficile e bisognava prepararla con cura.
Per prima fu istruita la ‘Pilotta’, la donna di servizio, affezionata alla famiglia e che aveva vissuto tutte le vicissitudini, la più esposta e vulnerabile alla curiosità dei vicini di casa; fu provveduto anche ad arrangiare le vestimenta per presentarsi in gramaglie e quando i Napoletani arrivarono fecero del loro meglio per tenere lontana la curiosità dei paesani.
Gli ospiti furono accolti con sentita commozione; e commossi lo erano davvero per il manifestato attaccamento.
Il soggiorno, anche se breve, durò alcuni giorni: non si poteva affrontare il viaggio di ritorno senza aver digerito i disagi dell’arrivo.
Il pericolo che tutto andasse a monte per qualche interferenza accidentale fu la preoccupazione maggiore in quelle giornate, che sembravano non finissero mai.
Ma, come ogni cosa, anche quelle finirono, tutto andò per il meglio e Filipp’Antonio uscì dal suo romitaggio libero ormai da ogni impegno e salvo da ogni accusa, grazie alla geniale trovata.